“C’è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti”

Henry Ford

In un momento in cui tutto tende sempre ad una maggiore digitalizzazione, non si può non parlare di educazione e cultura. Il periodo storico in cui viviamo, l’importanza delle nuove tecnologie e il dovere di rimanere al passo con i tempi, presuppongono ovviamente la creazione di nuove conoscenze e competenze. Come per il Piano nazionale Impresa 4.0, è quindi fisiologico che si sia pensato anche ad un Piano nazionale Scuola Digitale: La Buona Scuola, decreto legge 107/2015. Continua quindi l’investimento in ambito culturale. In soldoni, è proprio il caso di dirlo, sono stati stanziati tre miliardi di euro l’anno, tra il 2015 e il 2020, divisi tra:

  • assunzione di docenti,
  • ampliamento dell’offerta formativa,
  • rafforzamento dell’autonomia scolastica.

Quindi: più risorse e più personale per una formazione più innovativa e all’avanguardia, orientata al futuro. “Si tratta prima di tutto di un’azione culturale, che parte da un’idea rinnovata di scuola, intesa come spazio aperto per l’apprendimento e non unicamente luogo fisico, e come piattaforma che metta gli studenti nelle condizioni di sviluppare le competenze per la vita”. Il tutto nelle 35 azioni previste dalla legge.

I fattori in gioco sono tanti e un grande accento si pone sulle nuove competenze digitali nate nel corso degli ultimi anni e che continuano ad evolvere a ritmi elevati. Quelle competenze digitali previste anche dal Piano nazionale Impresa 4.0 e sulle quali il Ministro Calenda insiste a dare molta importanza, sottolineandone l’esigenza. Il punto è: “associare il profilo dello studente a una identità digitale” (art. 1, comma 28).

Lavagne interattive, registro elettronico, formazione digitale dei docenti, connessioni ad Internet più adatte con Wi-Fi e fibra ottica sono solo alcuni dei tanti strumenti per realizzare veramente la smart education. Il “digitale” è in questo senso lo strumento abilitante che, favorendo il cambiamento, permette la concretizzazione di un progetto ben più ampio: “un piano condiviso di innovazione culturale, organizzativa, sociale e istituzionale che vuole dare nuova energia, nuove connessioni, nuove capacità alla scuola italiana”.

Le opportunità di un’educazione di tipo digitale è quindi uno dei punti focali della riforma ma, come per i concetti di smart city, smart building e Industry 4.0, non si dovrà fondare tutto esclusivamente sulla digitalizzazione, che riguarda solo la tecnologia, ma deve riferirsi ai nuovi modelli di interazione che la utilizzano. Ciò che rende una scuola 4.0 sono inoltre anche la sicurezza e la modernizzazione degli ambienti scolastici. Il comma 153 dell’articolo 1 della legge 107/2015 prevede un investimento complessivo di 300 milioni di euro per la costruzione di edifici innovativi da un punto di vista tecnologico, dell’efficienza energetica e della sicurezza strutturale. Non è un caso che scuole e Università siano annoverate tra i famosi smart building di cui si sente tanto parlare.

Per quanto riguarda questo Piano i dati raccolti dall’Osservatorio tecnologico gestito dal MIUR sono stati molto concreti, ma a quanto pare non abbastanza. Lo stato dell’arte vede l’Italia molto indietro rispetto alla media europea: relativamente all’istruzione, secondo il Digital Economy Index, il nostro Paese si posiziona al 25esimo posto su 28. Damien Lanfrey, Chief Innovation Officer del MIUR, sottolinea come l’approccio Fab Lab, gli animatori digitali, l’apertura e le crescenti connessioni tra vari istituti abbiano raggiunto ottimi risultati. Un po’ meno buoni sono i dati sugli standard di qualità dei contenuti e della formazione stessa, senza contare la problematica dell’eterogeneità del nostro territorio. Su questi punti il Governo continuerà a lavorare.