“Stiamo arrivando ormai all’idea che Industria 4.0 risulti un termine abusato con un alone grigio di incertezza sul quale è necessario fare un po’ di chiarezza e mettere dei punti fermi”

Franco Docchio, Prorettore dell’Università degli Studi di Brescia, ha aperto così l’ultimo incontro organizzato dal RISE – Research & Innovation for Smart Enterprise. I temi principali sono relativi soprattutto allo stato dell’arte del paradigma 4.0, alle sfide affrontate e quelle ancora da affrontare, al processo di trasformazione verso l’Impresa 4.0 e alla necessità di creare nuove competenze in linea con la digital transformation. “Il concetto e il paradigma stesso del 4.0 non sono dati dalle tecnologie ma dal modo di lavorare delle persone nelle imprese” ed è proprio per questo che, come sottolinea Docchio, “l’Università ha un ruolo fondamentale dal punto di vista della formazione: come Università dobbiamo preparare adeguatamente i ragazzi che tra qualche anno entreranno in azienda quando il modello 4.0 sarà ormai maturo”.

E qui sono racchiusi molti di quei concetti che gravitano intorno all’Impresa 4.0. Non si tratta solo di formazione e nuove competenze, ma anche e soprattutto dell’utilità che queste possono avere sulle realtà aziendali: lo scopo è infatti aiutare le aziende a diventare più competitive attraverso l’innovazione dei processi, dei prodotti, dei servizi e dei modelli di business. E il RISE contribuisce con le attività di ricerca a monitorare e analizzare la trasformazione digitale dell’industria. In particolare:

  • mappa la diffusione del fenomeno 4.0 nel nostro Paese;
  • identifica benefici ed ostacoli della trasformazione in atto;
  • indaga le relazioni con le precedenti rivoluzioni;
  • analizza i risultati previsti dal Piano Calenda;
  • identifica le nuove figure aziendali richieste.

È stato indagato il livello di conoscenza e competenza delle aziende italiane, sia grosse imprese che PMI, e il risultato è, come l’ha definito Andrea Bacchetti, Direttore dell’Osservatorio Smart Agrifood e ricercatore dell’Università degli Studi di Brescia, “un quadro di luci e ombre”. Dal campione di 105 imprese (di cui il 56% sono PMI) è emerso che ben il 47% è rappresentato da aziende in ritardo sul fronte del paradigma 4.0, ma il livello di conoscenza tecnologica è buono, anche se sarà da approfondire. Insomma, anche se i risultati raggiunti non sono ancora ottimali, la direzione intrapresa è quella giusta. Ovviamente le grandi aziende sono più avanti, soprattutto dal punto di vista dell’informatizzazione dei processi e l’automazione delle attività.

I benefici raggiunti da chi ha già implementato le strutture e i programmi per un’Impresa 4.0 sono tangibili e riguardano vari aspetti: dalla riduzione dei costi dei processi produttivi alla contrazione dei tempi di attività, dalla miglior qualità dei prodotti alla maggior reattività nei confronti del mercato. Tempi e costi più contenuti, un servizio e una personalizzazione migliore per il cliente finale. Benefici importanti e non trascurabili quindi.

I mezzi che consentono di raggiungere questi obiettivi sono le nuove tecnologie, pensate per essere implementate in ambienti industriali, ma non solo. Si tratta inoltre di quelle stesse tecnologie di cui manca ancora un buon livello di conoscenza. Realtà aumentata e virtuale, cloud manifacturing, big data, IoT, robotica, advanced e predicative analytics. Su queste ed altre tecnologie chiave del concetto di Impresa 4.0 è incentrata la sfida definita, tra i vari obiettivi della ricerca del RISE, come la “difficoltà di acquisizione/integrazione delle competenze”.

Relativamente all’impatto che tutto questo può avere sull’occupazione, Federico Adrodegari, ricercatore del RISE, sostiene che le innovative tecnologie automatizzeranno le attività e sostituiranno molti lavori, ma in futuro faranno nascere nuove opportunità legate a lavori che oggi non esistono. Si può quindi affermare che, nel breve periodo le ripercussioni si vedranno soprattutto a livello di automazione dei processi, mentre, nel medio-lungo periodo l’impatto sarà soprattutto sull’aumento della produttività e sulla richiesta di nuove figure professionali. La caratteristica principale di questi nuovi profili sarà la forte presenza di capacità di diversa natura: non solo competenze tecniche, ma anche di comunicazione, team working, problem solving, leadership e così via.

In futuro si assisterà quindi ad una riqualificazione delle competenze del personale interno con programmi di formazione ad hoc e alla formazione e successiva assunzione di nuovi ruoli adatti alle richieste aziendali e di mercato. Ed ecco che tornano in gioco le Università e gli enti formativi, per una scuola 4.0 che prepari le nuove leve del domani.